
Questa è una leggenda della Valle d'Aosta nella quale si parla di un gigante e una montagna....
Non si sapeva come fosse giunto nella Valle il gigante Gargantua. Si sa soltanto che abitava lì da moltissimo tempo e che gli piaceva tantissimo quella Valle. Voleva bene a tutti e ne era ricambiato ampiamente da grandi e piccini. Amava la pace e chiedeva ben poco per sé, accontentandosi di rosicchiare qualche albero, scelto con cura per non danneggiare il bosco.
Quando poi si trattava di dissetarsi Gargantua si chinava a bere l'aqua della Dora Baltea, con cautela però, perché una sorsata d'acqua di un gigante supera qualsiasi supercisterna.
Gli abitanti della valle lo viziavano lasciandogli di tanto in tanto una forma di formaggio o un barile di vino, e Gargantua cercava, da parte sua, di rendersi utile. Poteva senza fatica deviare con un dito il corso di un torrente. Alla vendemia gli bastava pigiare con il pollice il contenuto del tino più capace e fare il mosto. Se poi una mucca od una pecora cadevano per sbaglio in un burrone, Gargantua le pigliava per la coda e le tirava fuori. Se c'era bisogno di legna per scaldarsi, in un battibaleno arrivava qualche bel tronco di pino vicino a casa.
Gargantua era il beniamino dei bambini e spesso li faceva giocare a nascondino tra i peli del dorso della mano.
Quando erano stanchi di tutte quelle corse, ascoltavano deliziati il racconto dei viaggi straordinari che Gargantua aveva fatto prima di fermarsi nella valle, immaginando pianure immense, mari sterminati, grandi città e foreste.
E a quanti gli chiedevano se mai avesse nostalgia di tutto quel girovagare, Gargantua sorrideva, rimanendo pensoso e dentro di sé sentiva un leggero rimpianto.
Passarono giorni, mesi ed anni e la nostalgia per i mondi sconosciuti crebbe tanto che una sera, mentre Gargantua guardava lo splendido tramonto spegnersi sulle montagne, disse tra sé e sé, "domani devo proprio andare a vedere cosa c'è dietro a quelle cime. Poi, magari, me ne torno indietro...
La mattina dopo Gargantua se levò all'alba, si alzò, e badando a non calpestare i campi coltivati, si diresse verso il ghiacciaio che bloccava l'orizzonte. Lo scalò e pose infine i piedi sul crinale. Sotto il suo peso, la montagna si mosse scricchiolando, finché dal suo profondo ne uscì un gran fragore e tutto il montefranò rovinosamente.
Rimase intatta solo una piramide centrale a segno del passaggio di Gargantua, che si allontanava all'orizzonte. Era una nuova montagna che si ergeva nell'azzurro: il Cervino.


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